Protesi d’anca: è tempo di revisione?

Protesi d'anca: è tempo di revisione?

I progressi di chirurgia e tecnologia aiutano, ma la scelta di come e quando intervenire è fondamentale per garantire il successo dell’intervento di revisione della protesi.

Come per l’automobile anche per la protesi d’anca arriva il momento della revisione. Di certo i continui progressi in campo medico e tecnologico e l’utilizzo di nuovi materiali sempre più bio-compatibili hanno allungato la vita di queste protesi, ma non sono ancora riusciti a renderle “eterne” e possono quindi essere necessari interventi per sostituire la vecchia protesi con una nuova. Quando è ora di cambiare la protesi? “Quando fa male ed è stato diagnosticato un iniziale scollamento della protesi stessa” spiega il professor Giorgio Turi, specialista in Ortopedia e Traumatologia, che ha al suo attivo oltre 7500 interventi chirurgici nella branca dell’ ortopedia e traumatologia. L’importante è affidarsi sempre a centri specializzati e a medici esperti che sappiano come intervenire in questo delicato intervento.

A cura di Redazione Orthopedika Journal
LA TECNICA NON E’ SEMPRE LA STESSA
“La revisione di una protesi d’anca non è una metodica univoca: la tecnica adottata dipende infatti da vari fattori che possono influenzarla come, per esempio, il quadro anatomo-patologico che ci si trova di fronte, la presenza di infezioni o il tipo di protesi presente” afferma Turi.

Ecco di seguito alcuni dei principali fattori che devono essere presi in considerazione prima di procedere con la revisione:
– gravità del quadro anatomo-patologico: se il riassorbimento, la perdita di tessuto osseo (la cosiddetta osteolisi) attorno alla protesi e la progressione e migrazione della protesi sono più gravi, la revisione sarà per forza di cose più complessa e indaginosa. C’è bisogno in questi casi del supporto e dell’impiego di protesi più invasive e di utilizzo di osso di banca per riparare le perdite di sostanza.
– presenza o meno di uno stato settico (infezione): è di fondamentale importanza stabilire se ci si trova di fronte a una mobilizzazione settica o asettica (infetta o non infetta) dal momento che queste due diverse condizioni influenzano necessariamente le procedure chirurgiche.
– presenza o meno del cemento: la sostituzione di una protesi cementata rispetto a una non cementata presenta peculiarità tecniche diverse che sono rappresentate fondamentalmente dalle difficoltà che si incontrano nel rimuovere il cemento acrilico.

“La Società Italiana di Chirurgia di Revisione ha indicato per le mobilizzazioni asettiche 4 stadi diversi di gravità legati alla estensione della perdita d’osso” precisa Turi. “Ogni stadio necessita di tecniche e procedure diverse, dalla meno invasiva alla più invasiva, dalla meno impegnativa alla più impegnativa, dalla meno rischiosa alla più rischiosa, dalla più sicura alla meno sicura nei risultati a distanza”.

TEMPISMO E NUOVE TECNOLOGIE
Le nuove tecnologie – tra le più impiegate ricordiamo le pappe piastriniche e le cellule staminali stromali autologhe – rappresentano senza dubbio fattori fondamentali per la protezione del nuovo osso che si dovrà formare per utilizzare a lungo la nuova protesi. Anche i materiali sono cambiati: oggi è infatti possibile utilizzare materiali ad alta compatibilità biologica (titanio trabecolato e/o tantalio) che hanno caratteristiche di forma e di struttura tali da favorire la nuova crescita dell’osso, stabilizzando quindi nel tempo la protesi.
“Indubbiamente tutti gli aspetti della chirurgia protesica negli ultimi anni sono migliorati: dalla tecnica chirurgica alla biocompatibilità dei nuovi biomateriali, dalla geometria delle protesi alla maggiore conservazione del bone stock, cioè alla minore invasività delle protesi stesse e ai nuovi trattamenti di superficie che garantiscono la migliore integrazione possibile e la durata nel tempo del solidale rapporto tra osso e ospite estraneo, la protesi eterologa” spiega Turi.

Ma oltre a queste nuove tecnologie, anche i tempi contano. Come chiarisce Turi, “in linea generale si può dire che quanto più precoce è l’intervento di revisione e reimpianto tanto migliori sono i risultati a breve, medio e lungo termine”. Se eseguito precocemente, infatti, l’intervento è meno invasivo e meno invasive sono anche le protesi che vengono utilizzate in quanto spesso è possibile impiegare protesi che si utilizzano nel primo impianto. Un reimpianto eseguito quando l’osso “è buono” può essere infatti sovrapponibile, come risultato, ad un primo impianto.

© Orthopedika Journal

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